Ho realizzato un terzo componimento.
Ora non mi resta che domandarmi, l’onestà non mi tradirà, dopo quanti elaborati posso definirmi scrittrice.
NARRAZIONE
Premature vacche s’apprestano ad allearsi con chi, fino a prima, di loro si fa scherno e noncurante urta i loro sentimenti; emozioni all’apparenza, ma nella sostanza assordanti scoregge.
Momento di estasi nel quale il sostegno di chi pare grande perché grande si dichiara, sembra la realizzazione di un progetto misericordioso, anche se in concreto è la raccolta di un frutto acerbo all’interno già decomposto.
Ricerca di consensi che prevede si venda anche il culo della madre, per la quale poco ci si deve dispiacere poiché fu lei ad allevare così le sue bestie.
Precoci ninfomani che troppo presto scelgono di invecchiare senza affrontare il processo di maturazione, atte a compiacere che gli dona, per un frangente, un’attenzione che pure ha natura interessata.
Sciocche Pagliacce giulive, pronte a suggere qualsiasi sporgenza, purché permetta loro di mostrarsi, seppure per un tempo ridicolo, donnicciole compite.
Lercia unione dettata da convenienza temporanea, che congiunge galline alle quali hanno arrestato il processo di crescita, libere di blaterare di chissà quali principi con sorelle disperate nate per farneticare e leccare buchi di culo che assicurano posti in prima fila su imbarcazioni da strapazzo.
Proverbiali adorate lacrime di coccodrillo, mai sofferte a sufficienza, mai vissute con consapevolezza, spero cadono da sguardi azzurri e vacui, che non denotano un pentimento, ma solo un lamento capriccioso tipico di chi oggi è piccola e domani è giovenca.
Labbra tremanti e guance congestionate di paffute signorine, patetiche in abiti targati, non fanno in tempo a raggiungere la maggiore età che già portano il carico di un quintale di “Vai a farti inculare”.
Saccenti parassiti che liquidano ogni amicizia si ponga come apparente ostacolo tra loro, le primogenite babbuine e la gloria dei poveracci, un dì saranno doverosamente trafitture al dorso e giaceranno con la bocca ancor piena di pantano e vergogna.
Al momento sostenute ed attizzate da quelle solite lesbiche che proferiscono infelici flatulenze sgrammaticate, e che come dissenteria andranno prima o poi a spiaccicare la loro faccia sulle pareti di questo angolo di cesso.
Femmine di famiglia, maiale avvizzite, pronte a ingoiare qualsiasi pannocchia, senza trarre beatitudini ma allo scopo di urlare al mondo che gli uomini le fanno sentire martiri profanate, lese nell’anima, ancora con le cosce divaricate e la ghigliottina di nuovo pronta a deturpare falli.
Questa è una approssimativa descrizione del giardino di primizie nel quale un giorno, un mio stolto, inetto conoscente citrullo si addentrò.